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L’ultimo passo

(4 recensioni dei clienti)

12,90 10,50

Autore: Daniele Vriale

ISBN: 978-88-5546-006-4
Copertina flessibile;
Pag. 156

Categorie: , , Tag: ISBN: 978-88-5546-006-4

Descrizione

All’indomani del suo 75esimo compleanno, Duccio Vigiani, giornalista sportivo oramai in pensione, si reca, come programmato da mesi, a Forch, in Svizzera, per sottoporsi all’eutanasia, nonostante non sia affetto da alcuna patologia, se non l’incipiente vecchiaia da lui identificata come malattia incurabile. Al Life Institute dovrà sostenere tre giorni di colloqui con la dottoressa Kramer, psicologa legale di stato, il cui parere risulterà vincolante per l’accesso alla procedura di morte assistita.
Nel corso degli incontri, Duccio ripercorrerà i momenti salienti della propria esistenza ed esternerà il proprio pensiero su alcuni dei grandi temi della vita: amore, passioni, sesso, solitudine, vecchiaia e morte. Ma quale sarà il verdetto inappellabile della dottoressa Kramer? 

Daniele Vriale, Fiorentino del 1965, ama i romanzieri latino americani e quelli della Beat generation, i film della Nouvelle vague francese, la musica rock, i cantautori italiani, l’arte contemporanea, le filosofie orientali e il calcio come sentimento popolare.
Ha precedentemente pubblicato la raccolta di poesie Fotografie Letterarie (Luglio 2018) e il romanzo breve Enrico? (Febbraio 2019). 

Informazioni aggiuntive

Peso 206 g
Dimensioni 21.5 × 14 × 1 cm

4 recensioni per L’ultimo passo

  1. Francesca

    Chi ha sofferto una volta, teme di soffrire ancora e non vuole soffrire più.. Divora ansiosamente la vita, con intensa tensione e coerenza.. Vendemmia il cuore e non si risparmia.. E prima che possa ricapitare, decide lucidamente di farla finita…
    È un epilogo così naturale ed una scelta così facile come vuole farci credere Vigiani?

    All’imbrunire dei suoi anni, ancora nel pieno delle proprie forze, aveva già scelto un percorso in solitudine, coscientemente voluto, inconsciamente maledetto..

    Ufficialmente vuole prendersi cura di sé Vigiani, scavare alla ricerca di emozioni profonde senza volerle condividere più, nella speranza di essere sentimentalmente autosufficiente e immune dalla Sofferenza, che magari è dietro l’angolo… o magari no..
    È una rinuncia aprioristica? Chissà…

    Il “non luogo” è il rifugio ideale dove vivere la vita; anzi, il “non luogo” È la vita, dove si può passare inosservati, togliersi la maschera e vivere liberi dalle proprie paure..
    Ha un prezzo tutto ciò? Si volterà indietro Vigiani? Sentirà che ogni volta che affiora il disagio, la fragilità, la debolezza, vorresti che ci fosse qualcuno lì con te che se ne faccia carico e lo condivida con te?

    La forza impetuosa del Sentimento pervade ogni pagina del libro, fino all’ultima; ogni riflessione sulla vita, ogni ricordo di vita individuale, di coppia o collettivo è permeato da palpabile passione…

    È la linfa vitale del Sentimento da e verso qualcuno che, come una dea bendata, ci chiama e ci riporta alla vita…

  2. valerio

    Un romanzo forte, intenso e coinvolgente, dalla prima all’ultima riga. Ti prende per mano e ti accompagna su territori scomodi ed al contempo familiari ai quali spesso pero’ si evita di rivolgere la propria attenzione.
    Daniele Vriale mette a nudo le nostre ansie, racconta i nostri dubbi, demolisce le nostre certezze e ci svela che la parola fine la può scrivere solo il destino.

  3. Carlot

    Un romanzo che va oltre le parole scritte per divenire tema di confronto e scontro, sulla vita, sulla morte, il passato, ma anche il presente. “L’ultimo passo” è uno scritto a tratti filosofico che non lascia indifferenti e non manca di sollevare quesiti in chiunque vi si accosti.
    La scelta del protagonista Duccio, ovvero di ricorrere alla morte assistita pur non essendo in condizioni di sofferenza o malattia terminale, è estrema e da lui ben motivata. Durante il viaggio che intraprenderà con la psicologa chiamata a dare il suo benestare, avrà modo di raccontare e indagare su ciò che lo ha portato ad una simile scelta, rispondendo ad una domanda fondamentale: morire prima che il suo tempo sia compiuto è solo una fuga da possibili sofferenze? Chi è Duccio, un uomo consapevole che vuole avere l’ultima parola anche di fronte alla nera signora, un coraggioso, oppure un codardo?
    Scritto in terza persona, i dialoghi tra l’uomo e la dottoressa si trasformano in una sorta di monologo, un lungo dialogo dove il lettore diviene ascoltatore e depositario dei ricordi di un’intera esistenza, trovandosi così a tu per tu con Duccio che si racconta, in modo generoso e genuino, spalancando una finestra sul suo io interiore.
    L’amore, il lavoro, i rapporti con famigliari e colleghi, i cambiamenti che mutano il suo carattere e il suo sentire, vengono esposti in maniera chiara, lucida e corretta, grazie alla scrittura dell’autore che delinea una quadro del suo personaggio profondo e tridimensionale. Allo stesso tempo l’uomo subirà la straordinaria esperienza di confrontarsi con chi lo vede dal di fuori, con un occhio distaccato, perché avulso dalle sue vicende. Questa novità gli scatenerà dentro un terremoto, consentendogli di scoprirsi critico di sé, giungendo ad un nuovo livello di consapevolezza.
    Ad un certo punto del romanzo ci viene permesso uno sguardo privilegiato sulla quotidianità della dottoressa. Una parte breve, ma comunque interessante, perché mostra la differenza tra efficiente distacco clinico, necessario sul lavoro, e la donna che, in comodi abiti casalinghi, ha la sua vita da affrontare, con i problemi, i dubbi, le gioie e le infelicità.
    Vriale si dimostra così attento ricercatore di espressioni, pubbliche o private, nella convivialità della socialità, come nell’intimità della necessaria solitudine tra le mura domestiche. Le persone hanno molti volti che mutano a seconda delle condizioni e delle situazioni, e la totalità di questi volti rappresenta la complessità dell’essere umano.
    Lasciatevi coinvolgere dalle vicende di queste romanzo, seguite Duccio nel suo percorso e, nelle ultime pagine, scoprirete chi vincerà tra la vita e la morte.

  4. gieffe

    Nel nuovo libro di Daniele Vriale diverse cose hanno destato il mio interesse.
    Che la vita sia un “rito di passaggio” lo hanno detto e descritto in molti, ma sul quando, sul come e il perché si possa deciderne la fine, c’è poca letteratura almeno a mia ricordanza.
    Che Daniele affronti quel tipo di tematica è dunque per me un punto di merito, senza contare, nel mio caso, il fattore intrigante legato all’aver ormai oltrepassato la soglia dei settanta e dunque costretto, volente o nolente, a riflettere su quell’ “ultimo passo”.
    Ma non è di questo che intendo parlare anche perché mi troverei costretto ad una più o meno personale identificazione (che non interessa a nessuno).Detto questo, proverò a commentare la materia a latere, ovverosia i molteplici spunti offerti da questa seconda opera di Daniele, partendo dai racconti che il protagonista del libro fa di sé stesso, della sua vita, dei suoi rapporti con gli altri.
    Daniele di fatto inserisce nella storia del suo protagonista frammenti “biografici” con le esperienze che lo hanno segnato, propedeutiche alla sua decisione, ma ha una più che discreta capacità di calarci anche nell’“altrui”, ad esempio quello della cerchia di amici (figurine a tutto tondo, ottimamente descritte anche nelle loro storie, con asciuttezza) che gli consentono di relativizzarsi e confrontarsi, dando
    così la stura a un ricamo su tutta una serie di predilezioni, da quelle musicali a quelle culinarie, da quelle sportive a quelle dei luoghi/territori di viaggio preferiti (la pineta di Donoratico, l’Irlanda con le campagne tra Cork e Kilkenny e poi i vagabondaggi trasognati dal Lungarno Cellini/Pontevecchio al Pont Neuf/Notre Dame, per finire alla Rambla di Catalunya).
    Si toccano inoltre, ad abundantiam, argomenti, questioni, concetti che hanno a che fare con i più disparati ambiti, inclusi la politica (l’accenno alle crisi finanziarie, il discorso etico sull’ “élite egoista e misantropa” con il contraltare dell’ “eravamo lì per noi ma anche per i nostri figli”), la filosofia e la religione (il Buddhismo col suo “prendersi cura di…”, il karma, la reincarnazione e le pratiche
    yoga), la fisica (l’inevitabile quantismo), buona ultima la psicologia (lo studio delle patologie e dei traumi). Insomma, tutta una miscela (background culturale) che serve a mettere a fuoco il protagonista del libro (e, secondo me, è fuor di dubbio, anche chi l’ha inventato che quei territori li conosce e consulta).
    Come nel suo primo romanzo Daniele non è avaro, anzi il testo ne abbonda, di questo tipo di richiami/segnali com’è di prassi in molti passaggi della letteratura modernista o postmoderna (e qui mi riferisco, per intendersi, al “citazionismo”). Sono passaggi che per il lettore costituiscono un momento di raffronto/scontro con le idee, i gusti, gli estri personali di chi vive sulla pagina (e l’ha scritta). Li puoi condividere o meno, reagire allo stesso modo o negarli/criticarli, ma è un campo di gioco che consente riflessioni e magari ripensamenti.
    A me (da lettore) questo piace e diverte.
    Qualche esempio: condividerei su Buffa e Mura, metterei agli inferi Brera, Minà e Maradona (ma non certo George Best), rivivrei certe pagine sportive che trovano uno spazio significativo a livello di sensazioni nonché per i risvolti politici (il ricordo del Falcão “codardo” che in Vigiani solleva dubbi su di sè, il “Tour de France” che lo fa “approdare” agli “Champs Elysèes” dopo aver “attraversato Pirenei, Costa atlantica e i paesini della Normandia”, il tributo commosso a Davide Astori, la “sindrome” del mundial ’78 in Argentina appaiata alle
    Olimpiadi cinesi 2008…). E poi ho benedetto il “club dei 27” (il fatto che tutti quelli lì sono morti a quell’età credevo fossero in pochi a conoscerlo), i grandissimi Depeche Mode, Paolo Conte e la “rigenerante adrenalina” dei Led Zeppeling, ma anche “The sound of silence”, Aznavour e Chopin… (insomma c’è l’imbarazzo della scelta).
    Tutto il libro è percorso da questi richiami: nella prima parte e poi, e soprattutto, nella lunga intervista a più riprese con la dottoressa con la quale il protagonista parla molto, diffusamente e senza interruzioni.

    D’altronde questo qui è un giornalista, la deuteragonista è una psicologa e, com’è giusto, lui è bravo a raccontare, lei ad ascoltare e osservare (bè, lo fanno di mestiere e sono due che lo fanno bene).
    Il protagonista della storia è dunque un giornalista, è colto e affascinante, ha avuto successo e continua ad averne, ma “ha paura della vecchiaia, che è la malattia che ha contratto” e quella è una “patologia irreversibile”.
    Non siamo davanti a un “uomo senza qualità” (come si considera quello di MUSIL), anzi il nostro è uno non certo privo di doti caratteriali essendone ampiamente dotato, però in qualche modo non riesce a metterle in pratica, a integrarle pienamente nella realtà vissuta con i suoi familiari, la moglie, l’amante e la figlia, come si evince dalla sua egotica tendenza a trascurare i rapporti più stretti (ora e in passato).
    Sofferente nel non riuscire a superare le proprie intime contraddizioni, il suo atteggiamento è una sorta di passività acutamente (auto)analitica dove la “libertà di agire” che lo caratterizza si tramuta in libertà negativa, ovvero lo porta a non pensare a ciò che potrebbe fare, bensì a pensare a ciò che potrebbe pensare di poter fare (andare in Svizzera per…), inserendo un ulteriore strato di riflessione sulla sovrabbondanza dell’ego che viene dalla coscienza di sapere ciò che si è fatto e non si può più fare.
    Ci sono molti accenni al passato in questa vicenda che racconta esperienze che in qualche modo (come ho già detto) sono propedeutiche all’assillo finale del protagonista e ne spiegano le ragioni profonde e la decisione da lui maturata.
    L’età che originariamente era quella della vita senza pensieri, perché ricca e soddisfacente (e il protagonista se l’è goduta), si è trasformata all’improvviso in una dissacrante incocciata contro una parete, la consapevolezza che giunti a un certo momento non si ha più molto da dare (e non tanto agli altri quanto a sé stessi).
    Ho pensato, oltre che a ROBERT MUSIL, a ITALO SVEVO (l’individuo che si sente malato e inetto ne LA COSCIENZA DI ZENO) e un po’ anche a NIETZCHE (che diceva, tra le altre cose, “senza la musica la vita sarebbe un errore”), ma poi ho trovato quella frase di BAUDELAIRE (bravissimo
    Daniele), “Quando il cuore ha fatto la sua vendemmia, vivere è un male”, che è un perfetto contrappunto di lirismo autobiografico messo lì sulla pagina ancora bianca prima di iniziare il racconto.
    In tutto il libro, sotto la superficie, affiora l’intimo, rivelando una profondità e capacità di immedesimazione con l’avvenuto/vissuto che vede ridotta drasticamente la sua rilevanza mentre gli eventi finali (il tempo reale passato nella clinica, preparatorio e in attesa del verdetto) acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al lettore di scoprire quello che sta realmente accadendo (e accadrà) nella psiche del protagonista, ovvero la contraddizione esplicitata nel the end “Trova ciò che ami, e lascia che ti uccida…” è invece un’altra frase, stavolta di CHARLES BUKOWSKI (autore amatissimo da Daniele), che mi è tornata in mente e che un po’ metaforizza quel conato estremo del protagonista, e cioè l’istanza negativa prima del finale.
    Ma, attenzione, Vriale non è Bukowski, CHARLES BUKOWSKI (scrittore di culto, più per Daniele che per me) invocava esperienza, emozione e fantasia nel suo lavoro, con un linguaggio diretto, violento e molto attento al sessuale. La corrente letteraria cui è associato è quella del “realismo sporco”, con l’altro epigono, HUBERT SELBY jr. (quello di ULTIMA FERMATA A BROOKLYN, gran libro), un altro che usava la “prosa
    spontanea” teorizzata da JACK KEROUAC, seguendo in modo rapido il flusso di coscienza. Su quest’ultimo punto Vriale dà il suo, come spero di aver fatto capire, però col “suo” linguaggio (leggiadro al confronto), e cioè senza sporcarsi troppo le mani, restando in una comfort zone
    descrittiva di un paio di scene dove si utilizza il termine “fellatio” e “un mix di bocca e mani”, senza contare quella “peluria pubica a forma di pista d’atterraggio” che è un’invenzione tale da suscitare una sorta di vojeurismo mentale. Insomma, un vocabolario pulito che non sa affatto di pruderie (ci narra, senza ostentarla, anche una masturbazione femminile – “tecniche manipolatorie” le chiama) e che certo non si avvicina nemmeno lontanamente all’hard di Bukowski e via dicendo. Ma ora veniamo a KRZYSZTOF KIEŚLOWSKI (e al cinema, evviva!), perché c’è anche lui, il regista polacco, ammiratissimo da STANLEY KUBRICK e, va da sé, da Daniele. Il Vigiani che si immedesima in quell’ “anziano giudice in pensione” che si è ritirato dal mondo (Jean Louis Trintignant in ROSSO, per me il più bello della trilogia dei COLORI) è una perfetta esemplificazione di un concetto che si fa strada nel drama, e penso non sia un caso che Daniele si sia servito di quel riferimento, attento com’è alle tematiche “alte” (e qui ce n’è una di quelle “calde”) come lo era Kieślowski con le sue sceneggiature dove si concentravano laceranti dilemmi etici ed esistenziali.
    Già, il cinema (ve l’ho detto che mi sarei divertito): a parte il rimando (calzante) al personaggio di Kieślowski, Daniele, così munifico di comparazioni letterarie, da SEPULVEDA a HOUELLEBECQ, dalla coperta di Linus (ebbene sì, SCHULTZ è letteratura) al DE SENECTUTE di CICERONE (quanto mai appropriato, direi), è piuttosto avaro su quel versante, con una piccola nomination per Daniel Auteil e Yves Montand (condivido al 100% la grandeur di questi due che sarebbero perfetti, tranchant, per impersonare il Vigiani in un ipotetico film tratto da…) e un omaggio (ahimè) alle “zingarate” di AMICI MIEI (troppo prevedibili, per non dire asfittiche) utilizzate per descrivere e accompagnare il contesto amicale.
    Epperò, a onor del vero e a parziale giustificazione di quest’avarizia, direi che nel Life Institute si respira un’atmosfera che ha un certo sentore del SORRENTINO di (YOUTH-LA GIOVINEZZA) con quella Lara che dà un “contentino” (e che “contentino”) al nostro eroe, invecchiato e che pare aver perso il senso della vita (come l’Harvey Keitel alla fine del film). Insomma, siamo dalle parti di Madalina Ghenea che, nudissima, si offre in piscina agli sguardi concupiscenti del duo Keitel & Caine che un pensierino a quel tipo di “contentino” ce lo fanno eccome).
    Ho già detto (e mi ripeto) dell’abilità con la quale Daniele riesce a farti percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi che si materializzano nel corso del racconto, ma ci sono anche altre invenzioni rivelatrici: in primis (perché ne sono rimasto affascinato) quella dei “non luoghi” che si trovano nei “non posti” con una dissertazione solipsistica e fantasmatica che ha a che fare anche con la singletudine ossequiata da uno che è “innamorato di sé stesso” (sono le parole di rimprovero che la figlia rivolge al padre, fondamentali in molti sensi); l’altra, di quando il Vigiani si ritrova nominato successore dal suo caporedattore (promozione inattesa) e questi gli dà una “lezione di vita” prendendolo in castagna col rammentargli Mozart/Salieri (e, ora che ci penso, anche qui potrebbe esserci un minimo di richiamo al cinema, con MILOS FORMAN che illustrò quel rapporto in quel suo grandissimo film).
    E ora concedetemi una dissolvenza”, di quelle “che nel cinema, annullano magicamente i tempi” e ti fanno fare un salto. E’ il momento di chiudere ed arrivo all’ EPILOGO (niente spoiler, e credo fin qui, più o meno, di avercela, fatta).
    Dico solo che c’è un omaggio alle “note” di Bob Dylan nella elettrica interpretazione di Jimi Hendrix”….

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